La storia di Acquaviva Picena.
Il toponimo di Acquaviva lo troviamo per la prima volta in una raccolti degli atti giuridici concernenti la proprietà dell’Abbazia di Farfa.
Ma quando è effettivamente nata Acquaviva?
Lo storico G. Castelli sostiene che fu fondata dai profughi di Truentum. I cittadini di Truentum e di Castrum Tuentinum, la zona militare della città, vessati dalle continue incursioni, avvenute tra il VI e il IX secolo, ad opera dei Longobardi, cercano scampo inizialmente in altri borghi quali Civita Tomacchiare e Torri a Tronto. In seguito, risultati questi borghi poco sicuri anche per le sopravvenute incursioni saracene, le popolazioni si rifugiarono sulle colline più arretrate rispetto alla linea costiera. Vennero cosi fondati alcuni villaggi fortificati tra i quali, appunto, Acquaviva.
La famiglia che governava Acquaviva secondo alcuni storici ebbe origine dai Conti Truentini, fondatori di Ripatransone. Gli Acquaviva, sempre filo imperiali, rinsaldarono il loro ruolo con le nozze di Forasteria, figli di Rinaldo Acquaviva, con Rinaldo di Brunforte, legato all’imperatore Federico II che lo incaricò, tra l’altro, di ricevere i giuramenti di coloro che avessero abbandonato la causa papale. Ma la morte di Federico II nel 1250 gettò non poco scompiglio tra i suoi seguaci. Le diuturne lotte tra l’Impero e il Papato erano nel frattempo giunte ad una risoluzione finale. La famiglia Acquaviva, tuttavia, continuò a prosperare a lungo e fu insignita del titolo di Duchi di Atri anche se alcuni storici del passato negano che Acquaviva Picena fosse la culla della famiglia, indicando in sua vece il Regno di Napoli e l’Abruzzo.
La posizione di Acquaviva fu sempre ritenuta da Fermo strategicamente molto importante, tant’è che provvide più volte a consolidare le difese del Castello e della Rocca fino a giungere ad una completa riedificazione di quest’ultima. Per circa 90 anni, dopo il passeggio a Fermo, non si registrano particolari avvenimenti e si può ipotizzare che il nostro Castello svolgesse un ruolo difensivo senza trovarsi al centro di dispute particolarmente significative. Ma nel 1432 si verificò un fatto inopinabile: Giosia Acquaviva, corruppe il Capitano della Rocca, che era originario di Monte Granaro, e, il 7 novembre entrò nel Castello. Giosia riuscì a conservare Acquaviva per sei anni poi, nel luglio del 1438, dovette cedere alle truppe di Francesco Sforza. Francesco ritenne opportuno riconquistare quel territorio perché per andare in Ascoli bisognava transitare vicino Acquaviva. Lo Sforza, vinto Giosia, non si limitò a togliergli il Castello avuto ma lo spogliò anche dei feudi abruzzesi tra i quali l’importante città di Teramo.
Nel 1446 i Fermani ripresero possesso del Castello e si impossessarono anche della Rocca. Ne seguirono distruzioni, saccheggi e persecuzioni ma, finalmente i 2 giugno 1448, fermo ed Acquaviva firmarono un trattato di alleanza col quale Angelo Bartolomei, delegato di Acquaviva, si impegna “di fare guerra e pace secondo il volere della città di Fermo”. La Rocca e il Castello rimasero seriamente compromessi dall’assalto fermano tanche che, alcuni anni dopo, si provvide alla loro quasi completa ricostruzione. Dal 1448 Acquaviva fu saldo baluardo di Fermo che impose un suo Vicario, con carica annuale, retribuito e alloggiato a spese della comunità acquavivana che interveniva nei consigli e controllava che tutto venisse legiferato conformemente agli statuti fermani.
L’essere al confine tra il territorio di Fermo e Ascoli faceva di Acquaviva una postazione sempre in stato di allerta se non di conflitto. Tra le più frequenti cause di conflitto vi furono questioni di confine in particolare con i paesi limitrofi tanto che nel 1451 San Giacomo della Marca, la cui madre era di Acquaviva, fu chiamato anche per porre pace tra Acquaviva e Monteprandone stabilendo il confine lungo il fiume Ragnola.
Il fondamentale ruolo difensivo di Acquaviva convinse Fermo, nel 1474, a procedere ad un totale ripristino delle opere difensive. Allo scopo si pensò di chiamare “quello magistro fiorentino che ha fabbricato la rocca di Senegallia”, cioè Baccio Pontelli. In particolare furono eseguiti lavori nel 1491 e nel 1492, anno in cui si eresse una Rocca Minore. Tale Rocca è forse da individuare nel torrione posto all’estremità Est del paese. Questo, infatti, si era notevolmente allargato con l’aggiunta di una nuova zona detta Terra nuova e con l’apertura di altre due porte, Porta da Sole e Porta da Bora. Si trattava di un nuovo nucleo di case costruito su di un cole adiacente al primo nucleo di Terra Vecchia, il quale fu posto sotto la protezione della nuova Rocca con un suo Castellano.
Nel corso del XVI secolo furono eseguiti altri lavori e, in particolare, furono costruite case sopra i torrioni parzialmente diruti. Anche il secolo XVII trascorse senza avvenimenti conclamati e il numero di abitanti salì a 1400 circa.
La Rocca, necessitando di interventi fu più volte restaurata e, nel 1619, fu aggiustato il ponte levatoio.
Di quel che avvenne per buona parte del secolo XVIII abbiamo scarsissime notizie perché tutti i documenti comunali furono andati perduti.
Nella primavera 1798 i briganti dell’Appennino Marchigiano cominciavano ad organizzarsi in bande contro i Francesi. Tra i capibanda più potenti c’erano il marchigiano Giuseppe Costantini detto Sciabolone e Donato de Donatis. A porre l’assedio nel Castello il 6 luglio 1799 furono Sciabolone con 400 uomini. Poi gli assalitori riuscirono a penetrare nascostamente attraverso la finestra di una casa vicino a Porta Vecchia e di lì si aprirono la strada fino a Porta Da Sole, che distrussero con una cannonata, divenendo così i padroni del paese. Accortisi del fatto, i difensori, invece di chiudersi nella Rocca per continuare la resistenza, preferirono trattare affinchè fosse risparmiato al paese il saccheggio. Sciabolone acconsentì ma una volta imprigionati i capi della resistenza permise uno spaventoso saccheggio al quale partecipò personalmente. Furono anche appiccati incendi alle due porte e, proprio, da Porta da Sole, le fiamme raggiunsero il palazzo del municipio incendiando la sala e l’archivio. Rimasero uccisi 18 uomini e 4 donne. Furono completamente spogliate le case e del paese e del contado e molto furono date alle fiamme. Terminate le stragi tornò l’antico regime e Acquaviva rimase sempre unita alla provincia di Fermo e si aprì una nuova porta nel perimetro delle mura, Porta Nova.
Siamo ormai al Rinascimento e all’Unità d’Italia. Dopo la sconfitta dell’esercito pontificio a Castelfidardo l’8 settembre 1860 e con il plebiscito del 3-4 novembre 1860 Acquaviva entrava a far parte del Regno d’Italia allegata alla provincia di Ascoli.
Dopo l’unità d’Italia Acquaviva mutò il suo nome in Acquaviva Picena per non confonderla con le altro omonime località italiane.
Tra i sindaci più illustri va ricordato il dottor Luigi Rossi Panelli che molto contribuì ad incrementare i servizi sociali.
Il patrimonio storico-naturalistico è divenuto negli anni un preciso richiamo per i turisti alla ricerca della pace e della serenità, fuori degli affollati circuiti balneari.
Sullo stemma del comune campeggia l’antica Rocca che è il cuore di Acquaviva. Alla sinistra della Rocca vi è una croce a significare la precisa identità religiosa. Sotto la Rocca si adagia il mare appena mosso da piccole onde ad indicare quella lontana marina per la cui difesa la Rocca fu costruita.